Dalla loro introduzione nel sistema economico tedesco, circa 10 anni fa, con lo scopo di rivitalizzare l’occupazione e di fungere da trampolino di rilancio economico, i minijob sono diventati, nel giro di un decennio, un vero e proprio cuscinetto sociale fra occupati e disoccupati.

Il geringfügige Beschäftigung, ovvero l’occupazione marginale, è uno dei fenomeni che ha consentito alla Germania di contenere le percentuali della disoccupazione, in particolar modo di quella giovanile.
Negozi, grandi magazzini, hotel e ristoranti, tutti i settori dove occorrono implementazioni temporanee del personale, sono gli ambiti in cui i minijob si sono sviluppati in maniera più evidente, tanto che nel periodo 2000-2008 il numero di questi contratti è addirittura quintuplicato.
I ricercatori dell’Università di Duisburg-Essen hanno condotto uno studio su questi lavoratori evidenziando come essi lavorino più ore percependo uno stipendio inferiore, senza poter usufruire di ferie e malattie retribuite.

Le categorie maggiormente soggette a questo tipo di contratti (che ricordiamo prevedono una remunerazione tra i 450 e i 500 euro mensili) sono i giovani under 25, gli stranieri, le persone prive di formazione professionale e le donne. Al contrario, per alcune categorie professionali il minijob rappresenta un’ottima opportunità: per gli studenti, per esempio, l’attività ridotta si può facilmente conciliare con lo studio. Ma il minijob può diventare una forma di integrazione del reddito anche per chi un lavoro ce l’ha già, magari dal lunedì al venerdì, e vuole integrare con un’attività supplementare da svolgere nel weekend.

Uno studio pubblicato dal Ministero della Famiglia tedesco ha poi riscontrato come due terzi dei mini-job siano svolti dalle donne, anche se sono soprattutto loro a rischiare di restare “intrappolate” in questi contratti, che finirebbero per essere “un programma per la creazione permanente di impotenza e dipendenza economica”.

Sebbene l’istituzione del minijob abbia permesso a molti disoccupati di avere un reddito seppur minimo, l’impressione è che il vero affare lo abbiano fatto i datori di lavoro che, con questo tipo di contratti, possono tenere molto basso il costo del lavoro.

 

Il dibattito resta comunque aperto tra i sostenitori e i critici di questa forma di lavoro.

Per i sostenitori i minijob sono una sorta di trampolino, per cui i minijob offrono ai giovani genitori tempo libero da dedicare ai figli, agli studenti un’opzione per guadagnare denaro in maniera legale ed esentasse e alle imprese la flessibilità necessaria per adattare la forza lavoro alle proprie reali necessità. I minijob sono una vera e propria manna per i ristoranti e per tutte quelle attività (specialmente di vendita al dettaglio) che prevedono picchi di utenza e repentine decadute dei flussi di clienti.

Dall’altra parte, i critici sostengono come i minijob contribuiscano ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, facendo crescere la povertà e minando i fondamenti del contratto sociale.
Leggendo alcune analisi economiche, mentre fra i lavoratori a tempo pieno, fra il 1999 e il 2010 gli stipendi sono aumentati mediamente del 25%, nello stesso periodo, nelle fasce più basse, i redditi hanno avuto un incremento del 7,5%. Visto che nello stesso periodo l’inflazione è aumentata del 18% a fronte di una crescita economica del 13%, molti non hanno avuto l’impressione di partecipare ai vantaggi economici della crescita della nazione.

Se poi guardiamo al contratto in se, da una parte i minijobs prevedono il pagamento di tasse e contribuiti previdenziali minimi (dal 1 gennaio 2013 3,9% ma volontariamente si può decidere di non versarli, mentre il datore li versa in misura assai ridotta -einen pauschalen Beitrag zur Rentenversicherung von 15 %- più un 13% per la cassa mutualistica) e possono essere integrati dagli aiuti sociali, dall’altra generano fra i lavoratori un diffuso malcontento poiché difficilmente questi contratti verranno normalizzati. Inoltre a seguito della recente riforma proposta dall' SPD di garantire un salario minimo di 8,5 euro orarie, limitata a tutti quei lavori sottopagati perché non hanno rappresentanze sindacali forti, il mondo dei mini-job, con il suo vantaggio fiscale, ne sarebbe escluso.

Karl Brenke, analista a Diw, l'Istituto tedesco di ricerche economiche con sede a Berlino, è convinto che l' espandersi così a dismisura dei minijob (un quarto del lavoro dipendente) sia un problema che oggi partiti e governo non stanno affrontando adeguatamente, con conseguenza inevitabili nel futuro economico del Paese. Egli ritiene che già oggi, questa dinamica di salari bassi, che hanno peraltro permesso alla Germania di aumentare l'occupazione o di non perderne troppa durante le fasi più acute della crisi, comprime la domanda interna ed è tra le cause - secondo l'analista - di uno squilibrio fin troppo evidente che vede da tempo il Paese crescere grazie soprattutto al suo export; uno dei rimproveri più di frequente mossi alla Germania dai partner europei.

Il conto per il sistema assistenziale sarà alto. «Non avendo maturato sufficienti contributi, tutti questi lavoratori o una gran parte di essi non avranno una pensione adeguata e saranno costretti a ricorrere al welfare per poter vivere», conclude l'economista. E avverte: non si tratta dell'unica distorsione che affligge il mercato del lavoro tedesco.
L'altra è costituita, secondo Brenke, dall'andamento dei salari rimasti quasi fermi troppo a lungo. E mostra un andamento rimasto pressoché invariato dalla fine degli anni Novanta a oggi, con variazioni solo lievi, nonostante gli anni di crescita sostenuta che hanno preceduto la grande recessione.

Va inoltre sottolineato come il maggiore utilizzo del lavoro precario (qualcuno direbbe lavoro flessibile) ha avuto varie conseguenze tra cui una forte crescita delle differenziazioni dei redditi, un aumento del numero dei cittadini che vive sotto la soglia della povertà, che è passato dall’11% del 2000 al 15,5% del 2010; il tasso di sindacalizzazione della Germania ha poi cominciato a declinare ed oggi esso si aggira a fatica intorno al 20% della popolazione attiva del paese.

La forte crescita del lavoro precario ha poi contribuito al drastico calo delle adesioni alle organizzazioni sindacali. Così, ad esempio, nel settore metalmeccanico, complessivamente solo il 20% dei lavoratori ha la tessera del sindacato, ma tra quelli a tempo indeterminato la cifra è invece pari al 50%.

 

Dati sui minijob

 

Il livello di disoccupazione presenta oggi disparità eclatanti tra le differenti regioni del paese.

Esso è molto più elevato della media, ad esempio, nei territori della ex Germania Est. Così, secondo la Bundesagentur für Arbeit, nel Sachsen Anhalt esso era pari al 10,8%, nell’area di Berlino all’11,7%. Per contro, esso raggiungeva livelli minimi in alcune regioni del Sud, mostrando un valore del 4,2% nel Baden-Wuttemberg e del 3,8% in Baviera.

Se da una parte, quindi, il risultato complessivo delle normative tedesche è stato quello di rafforzare l’economia del paese, le conseguenze si sono rivelate come molto negative per una fetta importante della società tedesca. Esse hanno comportato, o accentuato, un grande frazionamento del mercato del lavoro, tra i lavoratori protetti e quelli precari, tra l’ovest e l’est, tra il nord e il sud del paese, infine tra il settore industriale e quello dei servizi.

La speranza è che il nuovo governo dia la possibilità di progredire nella condizione del lavoro salariato del paese, almeno attenuando alcune delle storture precedenti.

 

Articolo a cura di Simona Viacelli, per Rinascita e. V.

 

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